uriga flagellò i destrieri
verso le navi; e quei volâr spargendo
le belle chiome all'aura; e il petto aspersi
d'alta spuma e di polve in un baleno
fuor del campo ebber tratto il re ferito.
sopraccigli inchinò. Su l'immortale
capo del sire le divine chiome
ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.
Così fermo l'affar si dipartiro.
Teti dal ciel spiccò nel mare un salto;
Giove alla reggia s'avviò. Rizzârsi
tutti ad un tempo da' lor troni i numi
verso il gran padre, né veruno ardissi
aspettarne il venir fermo al suo seggio,
ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave
si compose sul trono. E già sapea
Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto
in segreti consigli avea con esso
la figlia di Nerèo, Teti la diva
dal bianco piede. Con parole acerbe
così dunque l'assalse: E qual de' numi
tenne or teco consulta, o ingannatore?
Sempre t'è caro da me scevro ordire
tenebrosi disegni, né ti piacque
mai farmi manifesto un tuo pensiero.
E degli uomini il padre e degli Dei
le rispose: Giunon, tutto che penso
non sperar di saperlo. Ardua ten fôra
l'intelligenza, benché moglie a Giove.
Ben qualunque dir cosa si convegna,
nullo, prima di te, mortale o Dio
la si saprà. Ma quel che lungi io voglio
dai Celesti ordinar nel mio segreto,
non dimandarlo né scrutarlo, e cessa.
Acerbissimo Giove, e che dicesti?
Riprese allor la maestosa il guardo
veneranda Giunon: gran tempo è pure
che da te nulla cerco e nulla chieggo,
e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.
Or grave un dubbio mi molesta il core,
che Teti, del marin vecchio la figlia,
non ti seduca; ch'io la vidi, io stessa,
sul mattino arrivar, sederti accanto,
abbracciarti i ginocchi; e certo a lei
di molti Achivi tu giurasti il danno
appo le navi, per onor d'Achille.
E a rincontro il signor delle tempeste:
Sempre sospetti, né celarmi io posso,
spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno
la tua cura uscirà, ch'anzi più sempre
tu mi costringi a disamarti, e questo
a peggio ti verrà. S'al ver t'apponi,
che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci,
e m'obbedisci; ché giovarti invano
potrìan quanti in Olimpo a tua difesa
accorresser Celesti, allor che poste
le invitte mani nelle chiome io t'abbia.
Disse; e chinò la veneranda Giuno
i suoi grand'occhi paurosa e muta,
e in cor premendo il suo livor s'assise.
Di Giove in tutta la magion le fronti
si contristâr de' numi, e in mezzo a loro
gratificando alla diletta madre
Vulcan l'inclito fabbro a dir sì prese:
Una malvagia intolleranda cosa
questa al certo sarà, se voi cotanto,
de' mortali a cagion, piato movete,
e suscitate fra gli Dei tumulto.
De' banchetti la gioia ecco sbandita,
se la vince il peggior. Madre, t'esorto,
benché saggia per te; vinci di Giove,
vinci del padre coll'ossequio l'ira,
onde a lite non torni, e del convito
ne conturbi il piacer; ch'egli ne puote,
del fulmine signore e dell'Olimpo,
dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;
perocché sua possanza a tutte è sopra.
Or tu con care parolette il molci,
e tosto il placherai. - Surse, ciò detto,
ed all'amata genitrice un tondo
gemino nappo fra le mani ei pose,
bisbigliando all'orecchio: O madre mia,
benché mesta a ragion, sopporta in pace,
onde te con quest'occhi io qui non vegga,
te, che cara mi sei, forte battuta;
ché allor nessuna con dolor mio sommo
darti aìta io potrei. Duro egli è troppo
cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,
volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo
afferrommi d'un piede, e mi scagliò
dalle soglie celesti. Un giorno intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
Disse; e la Diva dalle bianche braccia
rise, e in quel riso dalla man del figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
incominciando a destra, e dal cratere
il nèttare attignendo, a tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Così, fino al tramonto,
tutto il dì convitossi, ed egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
l'acerba pugna, o confermar la pace.
La Dea mischiossi tra la folta intanto
delle turbe troiane, e la sembianza
di Laòdoco assunta (un valoroso
d'Antènore figliuol) si pose in traccia
del dëiforme Pandaro. Trovollo
stante in piedi nel mezzo al clipeato
stuolo de' forti che l'avea seguìto
dalle rive d'Esepo. Appropinquossi
a lui la Diva, e disse: Inclito germe
di Licaon, vuoi tu ascoltarmi? Ardisci,
vibra nel petto a Menelao la punta
d'un veloce quadrello. E grazia e lode
te ne verrà dai Dardani e dal prence
Paride in prima, che d'illustri doni
colmeratti, vedendo il suo rivale
montar sul rogo, dal tuo stral trafitto.
Su via dunque, dardeggia il burbanzoso
Atride, e al licio saettante Apollo
prometti che, tornato al patrio tetto
nella sacra Zelèa, darai di scelti
primogeniti agnelli un'ecatombe.
Così disse Minerva, e dello stolto
persuase il pensier. Diè mano ei tosto
al bell'arco, già spoglia di lascivo
capro agreste. L'aveva egli d'agguato,
mentre dal cavo d'una rupe uscìa,
colto nel petto, e su la rupe steso
resupino. Sorgevano alla belva
lunghe sedici palmi su l'altera
fronte le corna. Artefice perito
le polì, le congiunse, e di lucenti
anelli d'oro ne fregiò le cime.
Tese quest'arco, e dolcemente a terra
Pandaro l'adagiò. Dinanzi a lui
protendono le targhe i fidi amici,
onde assalito dagli Achei non vegna,
pria ch'egli il marzio Menelao percuota.
Scoperchiò la faretra, ed un alato
intatto strale ne cavò, sorgente
di lagrime infinite. Indi sul nervo
l'adattando promise al licio Apollo
di primonati agnelli un'ecatombe
ritornato in Zelèa. Tirò di forza
colla cocca la corda, alla mammella
accostò il nervo, all'arco il ferro, e fatto
dei tesi estremi un cerchio, all'improvviso
l'arco e il nervo fischiar forte s'udiro,
e lo strale fuggì desideroso
di volar fra le turbe. Ma non fûro
immemori di te, tradito Atride,
in quel punto gli Dei. L'armipotente
figlia di Giove si parò davanti
al mortifero telo, e dal tuo corpo
lo devïò sollecita, siccome
tenera madre che dal caro volto
del bambino che dorme un dolce sonno,
scaccia l'insetto che gli ronza intorno.
Ella stessa la Dea drizzò lo strale
ove appunto il bel cinto era frenato
dall'auree fibbie, e si stendea davanti
qual secondo torace. Ivi l'acerbo
quadrello cadde, e traforando il cinto
nel panzeron s'infisse e nella piastra
che dalle frecce il corpo gli schermìa.
Questa gli valse allor d'assai, ma pure
passolla il dardo, e ne sfiorò la pelle,
sì che tosto diè sangue la ferita.
Come quando meonia o caria donna
tinge d'ostro un avorio, onde fregiarne
di superbo destriero le mascelle;
molti d'averlo cavalieri han brama;
ma in chiusa stanza ei serbasi bel dono
a qualche sire, adornamento e pompa
del cavallo ed in un del cavaliero:
così di sangue imporporossi, Atride,
la tua bell'anca, e per lo stinco all'imo
calcagno corse la vermiglia riga.
Raccapricciossi a questa vista il rege
Agamennón, raccapricciò lo stesso
marzïal Menelao; ma quando ei vide
fuor della polpa l'amo dello strale,
gli tornò tosto il core, e si rïebbe.
Per man tenealo intanto Agamennóne,
ed altamente fra i dolenti amici
sospirando dicea: Caro fratello,
perché qui morto tu mi fossi, io dunque
giurai l'accordo, te mettendo solo
per gli Achivi a pugnar contra i Troiani,
contra i Troiani che l'accordo han rotto,
e a tradimento ti ferîr? Ma vano
non andrà delle vittime il giurato
sangue, né i puri libamenti ai numi,
né la fé delle destre. Il giusto Giove
può differire ei sì, ma non per certo
obblïar la vendetta; e caro un giorno
colle lor teste, colle mogli e i figli
ne pagheranno gli spergiuri il fio.
Tempo verrà (di questo ho certo il core)
ch'Ilio e Priamo perisca, e tutta insieme
e portante il terror ne' petti argivi.
Come il vide vicin fe' lieto il core
Sarpedonte, e con voce lamentosa:
Generoso Prïamide, dicea,
non lasciarmi giacer preda al nemico:
mi soccorri, e la vita m'abbandoni
nella vostra città, poiché m'è tolto
il tornarmi al natìo dolce terreno,
e d'allegrezza spargere la mia
diletta moglie e il pargoletto figlio.
Non rispose l'eroe; ma desïoso
di vendicarlo e ricacciar gli Achivi
colla strage di molti, oltre si spinse.
In questo mezzo la pietosa cura
de' compagni adagiò sotto un bel faggio
a Giove sacro Sarpedonte, e il telo
dalla piaga gli svelse il valoroso
diletto amico Pelagon. Nell'opra
svenne il ferito, e s'annebbiò la vista;
ma l'aura boreal, che fresca intorno
ventavagli, tornò ne' primi uffici
della vita gli spirti; e nell'anelo
petto affannoso ricreògli il core.
Da Marte intanto e dall'ardente Ettorre
assaliti gli Achei né paurosi
verso le navi si fuggìan, né arditi
farsi innanzi sapean. Ma quando il grido
corse tra lor che Marte era co' Teucri,
indietro si piegâr sempre cedendo.
Or chi prima, chi poi fu l'abbattuto
dal ferreo Marte e dall'audace Ettorre?
Teutrante che sembianza avea d'un Dio,
l'agitatore di cavalli Oreste,
il vibrator di lancia Etolio Treco,
e l'Enopide Elèno, ed Enomào,
e d'armi adorno di color diverso
Oresbio che a far d'oro alte conserve
posto il pensier, tenea suo seggio in Ila
appo il lago Cefisio ov'altri assai
opulenti Beozi avean soggiorno.
Tale e tanta d'Achivi occisïone
Giuno mirando, a Pallade si volse,
e con preste parole: Ohimè! le disse,
invitta figlia dell'Egìoco Giove,
se libera lasciam dell'omicida
Marte la furia, indarno a Menelao
noi promettemmo dell'iliache torri
la caduta, e felice il suo ritorno.
Or via, scendiamo, e di valor noi pure
facciam prova laggiù. Disse, e Minerva
tenne l'invito. Allor la veneranda
Saturnia Giuno ad allestir veloce
corse i d'oro bardati almi destrieri.
Immantinente al cocchio Ebe le curve
ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna
d'otto raggi di bronzo, e si rivolve
sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto
d'incorruttibil oro, ma di bronzo
le salde lame de' lor cerchi estremi.
Maraviglia a veder! Son puro argento
i rotondi lor mozzi, e vergolate
d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie
con ambedue dell'orbe i semicerchi,
a cui sospese consegnar le guide.
Si dispicca da questo e scorre avanti
pur d'argento il timone, in cima a cui
Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre
pettiere; e queste parimenti e quello
d'auro sono contesti. Desïosa
Giuno di zuffe e del rumor di guerra,
gli alipedi veloci al giogo adduce.
Né Minerva s'indugia. Ella diffuso
il suo peplo immortal sul pavimento
delle sale paterne, effigïato
peplo, stupendo di sua man lavoro,
e vestita di Giove la corazza,
di tutto punto al lagrimoso ballo
armasi. Intorno agli omeri divini
pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,
che il Terror d'ogn'intorno incoronava.
Ivi era la Contesa, ivi la Forza,
ivi l'atroce Inseguimento, e il diro
Gorgonio capo, orribile prodigio
dell'Egìoco signore. Indi alla fronte
l'aurea celata impone irta di quattro
eccelsi coni, a ricoprir bastante
eserciti e città. Tale la Diva
monta il fulgido cocchio, e l'asta impugna
pesante, immensa, poderosa, ond'ella
intere degli eroi le squadre atterra
irata figlia di potente iddio.
Giuno, al governo delle briglie, affretta
col flagello i corsieri. Cigolando
per sé stesse s'aprîr l'eteree porte
custodite dall'Ore a cui commessa
del gran cielo è la cura e dell'Olimpo,
onde serrare e disserrar la densa
nube che asconde degli Dei la sede.
Per queste porte dirizzâr le Dive
i docili cavalli, e ritrovaro
giovani prodi conducea ciascuno
di lunghe picche armati. In ordinanza
si difilâr tra il fosso e il muro, e quivi
destaro i fuochi, e apposero le cene.
Nella tenda regal l'Atride intanto
convita i duci, di vivande grate
li ristaura; e sì tosto che de' cibi
e del bere in ciascun tacque il desìo,
il buon Nestorre, di cui sempre uscìa
ottimo il detto, cominciò primiero
a svolgere dal petto un suo consiglio,
e in questo saggio ragionar l'espose:
Agamennóne glorïoso Atride,
da te principio prenderan le mie
parole, e in te si finiranno, in te
di molte genti imperador, cui Giove,
per la salute de' suggetti, il carco
delle leggi commise e dello scettro.
Principalmente quindi a te conviensi
dir tua sentenza, ed ascoltar l'altrui,
e la porre ad effetto, ove da pura
coscïenza proceda, e il ben ne frutti;
ché il buon consiglio, da qualunque ei vegna,
tuo lo farai coll'eseguirlo. Io dunque
ciò che acconcio a me par, dirò palese,
né verun penserà miglior pensiero
di quel ch'io penso e mi pensai dal punto
che dalla tenda dell'irato Achille
via menasti, o gran re, la giovinetta
Brisëide, sprezzato il nostro avviso.
Ben io, lo sai, con molti e caldi preghi
ti sconfortai dall'opra: ma tu spinto
dall'altero tuo cor onta facesti
al fortissimo eroe, dagl'Immortali
stessi onorato, e il premio gli rapisti
de' suoi sudori, e ancor lo ti ritieni.
Or tempo egli è di consultar le guise
di blandirlo e piegarlo, o con eletti
doni o col dolce favellar che tocca.
Tu parli il vero, Agamennón rispose,
parli il vero pur troppo, enumerando
i miei torti, o buon vecchio. Errai, nol nego:
val molte squadre un valoroso in cui
ponga Giove il suo cor, siccome in questo
per lo cui solo onor doma gli Achei.
Ma se ascoltando un mal desìo l'offesi,
or vo' placarlo, e il presentar di molti
onorevoli doni, e a voi qui tutti
li dirò: sette tripodi, non anco
tocchi dal foco; dieci aurei talenti;
due volte tanti splendidi lebeti;
dodici velocissimi destrieri
usi nel corso a riportarmi i primi
premii, e di tanti già mi fêr l'acquisto,
che povero per certo e di ricchezze
desideroso non sarìa chi tutti
li possedesse. Donerogli in oltre
di suprema beltà sette captive
lesbie donzelle a meraviglia sperte
nell'opre di Minerva, e da me stesso
trascelte il dì che Lesbo ei prese. A queste
aggiungo la rapita a lui poc'anzi
Brisëide, e farò giuro solenne
ch'unqua il suo letto non calcai. Ciò tutto
senza indugio fia pronto. Ove gli Dei
ne concedano poscia il porre al fondo
la troiana città, primiero ei vada,
nel partir delle spoglie, a ricolmarsi
d'oro e bronzo le navi, e si trascelga
venti bei corpi di dardanie donne
dopo l'argiva Elèna le più belle.
Di più: se d'Argo riveder n'è dato
le care sponde, ei genero sarammi
onorato e diletto al par d'Oreste,
ch'unico germe a me del miglior sesso
ivi s'edùca alle dovizie in seno.
Ho di tre figlie nella reggia il fiore,
Crisotemi, Laòdice, Ifianassa.
Qual più d'esse il talenta a sposa ei prenda
senza dotarla, ed a Pelèo la meni.
Doterolla io medesmo, e di tal dote
qual non s'ebbe giammai altra donzella:
sette città, Cardàmile ed Enòpe,
le liete di bei prati Ira ed Antèa,
l'inclita Fere, Epèa la bella, e Pèdaso
d'alme viti feconda: elle son poste
tutte quante sul mar verso il confine
dell'arenosa Pilo, e dense tutte
di cittadini che di greggi e mandre
ricchissimi, co' doni al par d'un Dio
l'onoreranno, e di tributi opimi
faran bello il suo scettro. Ecco di quanto
gli farò dono se depor vuol l'ira.
Placar si lasci: inesorato è il solo
Pluto, e per questo il più abborrito iddio.
Rammenti ancora che di grado e d'anni
io gli vo sopra; lo rammenti, e ceda.
Potentissimo Atride Agamennóne,
riprese il veglio cavalier, pregiati
sono i doni che appresti al re Pelìde.
di sonnifera morte entro vi pose,
il troiano e l'acheo. Le prese in mezzo,
le librò, sollevolle, e degli Achivi
il fato dechinò, che traboccando
percosse in terra, e balzò l'altro al cielo.
Tonò tremendo allor Giove dall'Ida,
e un infocato fulmine nel campo
avventò degli Achei, che stupefatti
a quella vista impallidîr di tema.
Né Idomenèo né il grande Agamennóne,
né gli Aiaci, ambedue lampi di Marte,
fermi al lor posto rimaner fur osi.
Solo il Gerenio, degli Achei tutela,
Nestore vi restò, ma suo mal grado
ché un destrier l'impedìa, cui di saetta
d'Elena bella l'avvenente drudo
nella fronte ferì laddove spunta
nel teschio de' cavalli il primo crine,
ed è letale il loco alle ferite.
Inalberossi il corridor trafitto,
ché nel cerèbro entrata era la freccia,
e dintorno alla rota per l'acuto
dolor si voltolando, in iscompiglio
mettea gli altri cavalli. Or mentre il vecchio
gli si fa sopra colla daga, e tenta
tagliarne le tirelle, ecco veloci
fra la calca e il ferir de' combattenti
sopraggiungere d'Ettore i destrieri,
superbi di portar sì grande auriga.
E qui perduta il veglio avrìa la vita,
se del rischio di lui non s'accorgea
l'invitto Dïomede. Un grido orrendo
di pugna eccitator mise l'eroe
alla volta d'Ulisse: Ah dove immemore
di tua stirpe divina, dove fuggi,
astuto figlio di Laerte, e volgi,
come un codardo della turba, il tergo?
Bada che alcun le fuggitive spalle
non ti giunga coll'asta. Agl'inimici
volta la fronte, ed a salvar vien meco
dal furor di quel fiero il vecchio amico.
Quelle grida non ode, e ratto in salvo
fugge Ulisse alle navi. Allor rimasto
solo il Tidìde, si sospinse in mezzo
ai guerrier della fronte, avanti al cocchio
di Nestore piantossi, e lui chiamando
veloci gli drizzò queste parole:
Troppo feroce gioventù nemica
ti sta contra, o buon vecchio, e infermi troppo
sono i tuoi polsi: hai grave d'anni il dorso,
hai debole l'auriga e i corridori.
Monta il mio cocchio, e la virtù vedrai
dei cavalli di Troe, che dianzi io tolsi
d'Anchise al figlio, a maraviglia sperti
a fuggir ratti in campo e ad inseguire.
Lascia cotesti agli scudieri in cura,
drizziam questi ne' Teucri, e vegga Ettorre
s'anco in mia man la lancia è furibonda.
Disse: né il veglio ricusò l'invito.
Di Stènelo e del buon Eurimedonte,
valorosi scudieri, egli al governo
cesse le sue puledre, e tosto il cocchio
del Tidìde salito, in man si tolse
le bellissime briglie, e col flagello
i corsieri percosse. In un baleno
giunser d'Ettore a fronte, che diritto
lor d'incontro venìa con gran tempesta.
Trasse la lancia Dïomede, e il colpo
errò; ma su le poppe in mezzo al petto
colpì l'auriga Enïopèo, figliuolo
dell'inclito Tebèo. Cade il trafitto
giù tra le rote colle briglie in pugno:
s'arretrano i destrieri, e in quello stato
perde ogni forza l'infelice, e spira.
Del morto auriga addolorossi Ettorre,
e mesto di lasciar quivi il compagno
nella polve disteso, un altro audace
alla guida del carro iva cercando:
né di rettor gran tempo ebber bisogno
i suoi destrieri, ché gli occorse all'uopo
l'animoso Archepòlemo d'Ifito,
cui sul carro montar fa senza indugio,
e gli abbandona nella man le briglie.
Immensa strage allora e fatti orrendi
fôran d'arme seguìti, e come agnelli
stati in Ilio sarìan racchiusi i Teucri,
se de' Celesti il padre e de' mortali
tosto di ciò non s'accorgea. Tonando
con gran fragore un fulmine rovente
vibrò nel campo il nume, e il fece in terra
guizzar di Dïomede innanzi al cocchio:
e subita n'uscìa d'ardente zolfo
una terribil vampa. Spaventati
costernansi i destrier, scappan di mano
a Nestore le briglie; onde al Tidìde
rivoltosi tremante; Ah piega, ei grida,
piega indietro i cavalli, o Dïomede,
fuggiam: nol vedi? contro noi combatte
Giove irato, e a costui tutto dar vuole
di presente l'onor della battaglia.
o del fratello; e l'uccisor, pagata
del suo fallo la pena, in una stessa
città dimora col placato offeso.
Ma inesorata ed indomata è l'ira
che a te pose nel petto un dio nemico;
per chi? per una donzelletta! e sette
noi te n'offriamo a maraviglia belle,
e molt'altre più cose. Or via, rivesti
cor benigno una volta. Abbi rispetto
ai santi dritti dell'ospizio almeno,
ch'ospiti tuoi noi siamo, e dal consesso
degli Achei ne venimmo, a te fra tutti
i più cari ed amici. - Illustre figlio
di Telamone, gli rispose Achille,
ottimo io sento il tuo parlar; ma l'ira
mi rigonfia qualor penso a colui
che in mezzo degli Achei mi vilipese
come un vil vagabondo. Andate, e netta
la risposta ridite. Alcun pensiero
non tenterammi di pugnar, se prima
il Prïamìde bellicoso Ettorre
fino al quartier de' Mirmidoni il foco
e la strage non porti. Ov'egli ardisca
assalir questa tenda e questa nave,
saprò la furia rintuzzarne, io spero.
Sì disse; e quegli, alzato il nappo e fatta
la libagion, partîrsi; e taciturno
li precedeva di Laerte il figlio.
A' suoi sergenti intanto ed all'ancelle
Patroclo impone d'apprestar veloci
soffice letto al buon Fenice; e pronte
quelle obbedendo steser d'agnelline
pelli uno strato, vi spiegâr di sopra
di finissimo lino una sottile
candida tela, e su la tela un'ampia
purpurea coltre; e qui ravvolto il vecchio
aspettando l'aurora si riposa.
Nel chiuso fondo della tenda ei pure
ritirossi il Pelìde, ed al suo fianco
lesbia fanciulla di Forbante figlia
si corcò la gentil Dïomedea.
Dormì Patròclo in altra parte, e a lato
Ifi gli giacque, un'elegante schiava
che il Pelìde donògli il dì che l'alta
Sciro egli prese d'Enïeo cittade.
Giunti i legati al padiglion d'Atride,
sursero tutti e con aurate tazze
e affollate dimande i prenci achivi
gli accolsero. Primiero interrogolli
il re de' forti Agamennón: Preclaro
della Grecia splendor, inclito Ulisse,
parla: vuol egli dalle fiamme ostili
servar l'armata? o d'ira ancor ripieno
il cor superbo, di venir ricusa?
Glorïoso signor, rispose il saggio
di Laerte figliuol, non che gli sdegni
ammorzar, li raccende egli più sempre,
e te dispregia e i tuoi presenti, e dice
che del come salvar le navi e il campo
co' duci achivi ti consulti. Aggiunse
poi la minaccia, che il novello sole
varar vedrallo le sue navi; e gli altri
a rimbarcarsi esorta, ché dell'alto
Ilio l'occaso non vedrem, dic'egli,
giammai: la mano del Tonante il copre,
e rincorârsi i Teucri. Ecco i suoi sensi,
che questi a me consorti, il grande Aiace
e i saggi araldi confermar ti ponno.
Il vegliardo Fenice è là rimasto
per suo cenno a dormir, onde dimani
seguitarlo, se il vuole, al patrio lido:
non farà forza al suo voler, se il niega.
D'alto stupor percossi alla feroce
risposta, tutti ammutoliro i duci,
e lunga pezza taciturni e mesti
si restâr. Finalmente in questi detti
proruppe il fiero Dïomede: Eccelso
sire de' prodi, glorïoso Atride,
non avessi tu mai né supplicato
né fatta offerta di cotanti doni
all'altero Pelìde. Era superbo
egli già per se stesso; or tu n'hai fatto
montar l'orgoglio più d'assai. Ma vada,
o rimanga, di lui non più parole.
Lasciam che il proprio genio, o qualche iddio
lo ridesti alla pugna. Or secondiamo
tutti il mio dir. Di cibo e di lïeo,
fonte d'ogni vigor, vi ristorate,
e nel sonno immergete ogni pensiero.
Tosto che schiuda del mattin le porte
il roseo dito della bella Aurora,
metti in punto, o gran re, fanti e cavalli
nanzi alle navi, e a ben pugnar gl'istiga,
e combatti tu stesso alla lor testa.
Disse, e tutti applaudîr lodando a cielo
l'alto parlar di Dïomede i regi;
e fatti i libamenti, alla sua tenda
s'incamminò ciascuno. Ivi le stanche
membra accolser del sonno il dolce dono.

invereconda audace Dea, che ardisci
contra il Tonante sollevar la lancia.
Disse, e ratta sparì la messaggiera.
Ed a Minerva allor con questi accenti
Giuno si volse: Ohimè! più non si parli,
figlia di Giove, di pugnar con esso
per cagion de' mortali: io nol consento.
Di loro altri si muoia, altri si viva,
come piace alla sorte; e Giove intanto,
come dispon suo senno e sua giustizia,
fra i Troiani e gli Achei tempri il destino.
Sì dicendo la Dea ritorse indietro
i criniti destrieri, e l'Ore ancelle
li distaccâr dal giogo, e li legaro
ai nettarei presepi, ed il bel cocchio
appoggiaro alla lucida parete.
Si raccolser le Dive in aureo seggio
con gli altri Dei confuse; e Giove intanto
dal Gàrgaro all'Olimpo i corridori
e le fulgide ruote alto spingea.
Giunto alle case de' Celesti, a lui
sciolse i corsieri l'inclito Nettunno,
rimesse il cocchio, e lo coprì d'un velo.
Giove sul trono si compose e tutto
tremò sotto il suo piè l'immenso Olimpo.
Ma Minerva e Giunon sole in disparte
sedean, né motto né dimanda a Giove
ardìan veruna indirizzar. S'avvide
de' lor pensieri il nume, e così disse:
Perché sì meste, o voi Minerva e Giuno?
e' non si par che molto affaticate
v'abbia finor la glorïosa pugna
in esizio de' Teucri, a cui sì grave
odio poneste. E v'è di mente uscito
che invitto è il braccio mio? che quanti ha numi
il ciel, cangiare il mio voler non ponno?
A voi bensì le delicate membra
prese un freddo tremor pria che la guerra
pur contemplaste, e della guerra i duri
esperimenti. Io vel dichiaro (e fôra
già seguìto l'effetto) che percosse
dalla folgore mia, no, non v'avrebbe
il vostro cocchio ricondotte al cielo,
albergo degli Eterni. - Il Dio sì disse,
e in secreto fremean Minerva e Giuno
sedendosi vicino, ed ai Troiani
meditando nel cor alte sciagure.
Stette muta Minerva, e contra il padre
l'acerbo che l'ardea sdegno represse;
ma sciolto all'ira il fren Giuno rispose:
Tremendissimo Giove, e che dicesti?
Ben anco a noi la tua possanza invitta
è manifesta; ma pietà ne prende
dei dannati a perir miseri Achei.
Noi certo l'armi lascerem, se questo
è il tuo strano voler; ma nondimeno
qualche ai Greci daremo util consiglio,
onde non tutti il tuo furor li spegna.
E Giove replicò: Più fiero ancora
vedrai dimani, se t'aggrada, o moglie,
l'onnipotente di Saturno figlio
dell'esercito achèo struggere il fiore.
Perocché dalla pugna il forte Ettorre
non pria desisterà, che finalmente
l'ozïosa si svegli ira d'Achille
il dì che in gran periglio appo le navi
combatterassi per Patròclo ucciso.
Tal de' fati è il voler, né de' tuoi sdegni
sollecito son io, no, s'anco ai muti
della terra e del mar confini estremi
andar ti piaccia, nel rimoto esiglio
di Giapeto e Saturno, che nel cupo
Tartaro chiusi né il superno raggio
del Sole, né di vento aura ricrea;
no, se tant'oltre pure il tuo dispetto
vagabonda ti porti, io non ti curo,
poiché d'ogni pudor possasti il segno.
Tacque; né Giuno osò pure d'un detto
fargli risposta. In grembo al mar frattanto
la splendida cadea lampa del Sole
l'atra notte traendo su la terra.
Della luce l'occaso i Teucri afflisse,
ma pregata più volte e sospirata
sovraggiunse agli Achei l'ombra notturna.
Fuor del campo navale Ettore allora
i Troiani ritrasse in su la riva
del rapido Scamandro, ed in pianura
da' cadaveri sgombra a parlamento
chiamolli; ed essi dismontâr dai cocchi,
e affollati dintorno al gran guerriero
cura di Giove, a sue parole attenti
porgean gli orecchi. Una grand'asta in pugno
di ben undici cubiti sostiene:
tutta di bronzo folgora la punta,
e d'oro un cerchio le discorre intorno.
Appoggiato su questa, così disse:
Dardani, Teucri, Collegati, udite:
io poc'anzi sperai ch'arse le navi
e distrutti gli Argivi a Troia avremmo
fatto ritorno. Ma sì bella speme
le pieghevoli briglie, al par con seco
fe' Antènore salire, e via con esso
al ventoso Ilïon si ricondusse.
Ettore allora primamente e Ulisse
misurano la lizza. Indi le sorti
scosser nell'elmo a chi primier dovesse
l'asta vibrar. L'un campo intanto e l'altro
le mani alzando supplicava al cielo,
e qualche labbro bisbigliar s'udìa:
Giove padre, che grande e glorïoso
godi in Ida regnar, quello de' due,
che tra noi fu cagion di sì gran lite,
fa che spento precipiti alla cupa
magion di Pluto, ed una salda a noi
amistà ne concedi e patti eterni.
Fra questo supplicar l'elmo squassava
Ettòr, guardando addietro: ed ecco uscire
di Paride la sorte. Allor s'assise
al suo posto ciascun, vicino a' suoi
scalpitanti destrieri e alle giacenti
armi diverse. Della ben chiomata
Elena intanto l'avvenente sposo
Alessandro di fulgida armatura
tutto si veste. E pria di bei schinieri
che il morso costrignea d'argentea fibbia,
cinse le tibie. Quindi una lorica
del suo germano Licaon, che fatta
al suo sesto parea, si pose al petto:
all'omero sospese il brando, ornato
d'argentei chiovi; un poderoso scudo
di grand'orbe imbracciò; chiuse la fronte
nel ben temprato e lavorato elmetto,
a cui d'equine chiome in su la cima
alta una cresta orribilmente ondeggia.
Ultima prese una robusta lancia
che tutto empieagli il pugno. In questo mentre
del par s'armava il bellicoso Atride.
Di lor tutt'arme accinti i due guerrieri
s'appresentâr nel mezzo, e si guataro
biechi. Al vederli stupor prese e tema
i Dardani e gli Achei. L'un contra l'altro
l'aste squassando al mezzo dell'arena
s'avvicinâr sdegnosi; ed il Troiano
primier la lunga e grave asta vibrando
la rotella colpì del suo nemico,
ma non forolla, ché la buona targa
rintuzzonne la punta. Allor secondo
coll'asta alzata Menelao si mosse
così pregando: Dammi, o padre Giove,
sovra costui che m'oltraggiò primiero,
dammi sovra il fellon piena vendetta.
Tu sotto i colpi di mia destra il doma
sì che il postero tremi, e a non tradire
l'ospite apprenda che l'accolse amico.
Disse, e l'asta avventò, la conficcò
dell'avversario nel rotondo scudo.
Penetrò fulminando la ferrata
punta il pavese rilucente, e tutta
trapassò la corazza, lacerando
la tunica sul fianco a fior di pelle.
Incurvossi il Troiano, ed il mortale
colpo schivò. L'irato Atride allora
trasse la spada, ed erto un gran fendente
gli calò ruïnoso in su l'elmetto.
Non resse il brando, ché in più pezzi infranto
gli lasciò la man nuda; ond'ei gemendo
e gli occhi alzando dispettoso al cielo,
Crudel Giove, gridava, il più crudele
di tutti i numi! Io mi sperai punire
di questo traditor l'oltraggio: ed ecco
che in pugno, oh rabbia! mi si spezza il ferro,
e gittai l'asta indarno e senza offesa.
Così fremendo, addosso all'inimico
con furor si disserra: alla criniera
dell'elmo il piglia, e tragge a tutta forza
verso gli Achivi quel meschino, a cui
la delicata gola soffocava
il trapunto guinzaglio che le barbe
annodava dell'elmo sotto il mento.
E l'avrìa strascinato, e a lui gran lode
venuta ne sarìa; ma del periglio
fatta Venere accorta i nodi sciolse
del bovino guinzaglio, e il vôto elmetto
seguì la mano del traente Atride.
Aggirollo l'eroe, e fra le gambe
lo scagliò degli Achei, che festeggianti
il raccolsero. Allor di porlo a morte
risoluto l'Atride, alto coll'asta
di nuovo l'assalì. Di nuovo accorsa
lo scampò Citerea, che agevolmente
il poté come Diva: lo ravvolse
di molta nebbia, e fra il soave olezzo
dei profumati talami il depose.
Ella stessa a chiamar quindi la figlia
corse di Leda, e la trovò nell'alta
torre in bel cerchio di dardanie spose.
Prese il volto e le rughe d'un'antica
filatrice di lane, che sfiorarne
ad Elena solea di molte e belle
nei paterni soggiorni, e sommo amore
Troiani, Achivi, dal mio labbro udite
ciò che parla Alessandro, esso per cui
fra noi surta ed accesa è tanta guerra.
Egli vuol che de' Teucri e degli Achei
quete stian l'armi, e sia da solo a solo
col bellicoso Menelao decisa
d'Elena la querela, e in un di quanta
ricchezza le pertien. Quegli de' due
che rimarrassi vincitor, si prenda
la bella donna, e in sua magion l'adduca
col tutto che possiede: e sia tra noi
con saldi patti l'amistà giurata.
Disse; e tutti ammutîr. Ma non già muto
si restò Menelao, che doloroso,
Me pur, gridava, me me pure udite,
ché il primo offeso mi son io. Fra' Greci
bramo io pur diffinita e fra' Troiani
questa lite una volta e le sofferte
molte sventure per la mia ragione
e per l'oltraggio d'Alessandro. Or quello
perisca di noi due, che dalla Parca
è dannato a perire; e voi con pace
vi separate. Una negr'agna adunque
svenate, o Teucri, all'alma Terra, e un agno
di bianco pelo al Sole: un terzo a Giove
offrirassi da noi. Ma venga all'ara
la maestà di Prïamo, e la pace
giuri egli stesso su le sacre fibre
(ché spergiuri per prova e senza fede
io conosco i suoi figli), onde protervo
nessun di Giove i giuramenti infranga.
Incostante, com'aura, è per natura
de' giovani il pensier; ma dove il senno
intervien de' canuti, a cui presenti
son le passate e le future cose,
ivi è felice d'ambe parti il fine.
Sì disse; e rallegrò Teucri ed Achei
la dolce speme di finir la guerra.
Schieraro i cocchi e ne smontâr: svestiti
quindi dell'armi, le adagiâr su l'erba,
l'une appresso dell'altre, e breve spazio
separava le schiere. Alla cittade
due banditori, a trarne i sacri agnelli
e a chiamar ratti il padre, Ettore invìa:
invìa del pari il rege Agamennóne
alle navi Taltibio, onde la terza
ostia n'adduca; e obbediente ei corse.
Scese intanto dal cielo ambasciatrice
Iri ad Elèna dalle bianche braccia,
della cognata Laodice assunto
il sembiante gentil, di Laodice
che pregiata del prence Elicaone,
d'Antènore figliuolo, era consorte,
e tra le figlie prïamee tenuta
la più vaga. Trovolla che tessea
a doppia trama una splendente e larga
tela, e su quella istorïando andava
le fatiche che molte a sua cagione
soffrìano i Teucri e i loricati Achei.
La Diva innanzi le si fece, e disse:
Sorgi, sposa diletta, a veder vieni
de' Troiani e de' Greci un ammirando
spettacolo improvviso. Essi che dianzi
di sangue ingordi lagrimosa guerra
si fean nel campo, or fatto han tregua, e queti
seggonsi e curvi su gli scudi in mezzo
alle lunghe lor picche al suol confitte.
Alessandro frattanto e Menelao
per te coll'asta in singolar certame
combatteranno, e tu verrai chiamata
del prode vincitor cara consorte.
Con questo ragionar la Dea le mise
un subito nel cor dolce desìo
del primiero marito e della patria
e de' parenti. Ond'ella in bianco velo
prestamente ravvolta, e di segrete
tenere stille rugiadosa il ciglio,
della stanza n'usciva; e non già sola,
ma due donzelle la seguìan, Climene
per grand'occhi lodata, e di Pitteo
Etra la figlia. Delle porte Scee
giunser tosto alla torre, ove seduto
Priamo si stava, e con lui Lampo e Clizio,
Pantòo, Timete, Icetaone e i due
spegli di senno Ucalegonte e Antènore,
del popol senïori, che dell'armi
per vecchiezza deposto avean l'affanno,
ma tutti egregi dicitor, sembianti
alle cicade che agli arbusti appese
dell'arguto lor canto empion la selva.
Come vider venire alla lor volta
la bellissima donna i vecchion gravi
alla torre seduti, con sommessa
voce tra lor venìan dicendo: In vero
biasmare i Teucri né gli Achei si denno
se per costei sì dïuturne e dure
sopportano fatiche. Essa all'aspetto
veracemente è Dea. Ma tale ancora
via per mar se ne torni, e in nostro danno
più non si resti né de' nostri figli.
stan sul secco le prore, onde si vegga
se Giove allor vi stenderà la mano?
Così imperando trascorrea le schiere.
Venne ai Cretesi; e li trovò che all'armi
davan di piglio intorno al bellicoso
Idomenèo. Per vigorìa di forze
pari a fiero cinghiale Idomenèo
guidava l'antiguardia, e Merïone
la retroguardia. Del vederli allegro
il sir de' forti Atride al re cretese
con questo dolce favellar si volse:
Idomenèo, te sopra i Dànai tutti
cavalieri veloci in pregio io tegno,
sia nella guerra, sia nell'altre imprese,
sia ne' conviti, allor che ne' crateri
d'almo antico lïeo versan la spuma
i supremi tra' Greci. Ove degli altri
chiomati Achivi misurato è il nappo,
il tuo del par che il mio sempre trabocca,
quando ti prende di bombar la voglia.
Or entra nella pugna, e tal ti mostra
qual dianzi ti vantasti. - E de' Cretensi
a lui lo duce: Atride, io qual già pria
t'impromisi e giurai, fido compagno
per certo ti sarò. Ma tu rinfiamma
gli altri Achivi a pugnar senza dimora.
Rupper l'accordo i Teucri, e perché primi
del patto vïolâr la santitate,
sul lor capo cadran morti e ruïne.
Disse; e gioioso proseguì l'Atride
fra le caterve la rivista, e venne
degli Aiaci alla squadra. In tutto punto
metteansi questi, e li seguìa di fanti
un nugolo. Siccome allor che scopre
d'alto loco il pastor nube che spinta
su per l'onde da Cauro s'avvicina,
e bruna più che pece il mar vïaggia,
grave il seno di nembi; inorridito
ei la guarda, ed affretta alla spelonca
le pecorelle; così negre ed orride
per gli scudi e per l'aste si moveano
sotto gli Aiaci accolte le falangi
de' giovani veloci al rio conflitto.
Allegrossi a tal vista Agamennóne,
e a' lor duci converso in presti accenti,
Aiaci, ei disse, condottieri egregi
de' loricati Achivi, io non v'esorto,
(ciò fôra oltraggio) a inanimar le vostre
schiere; già per voi stessi a fortemente
pugnar le stimolate. Al sommo Giove
e a Pallade piacesse e al santo Apollo,
che tal coraggio in ogni petto ardesse,
e tosto presa ed adeguata al suolo
per le man degli Achei Troia cadrebbe.
Così detto lasciolli, e procedendo
a Nestore arrivò, Nestore arguto
de' Pilii arringator, che in ordinanza
i suoi prodi metteva, e alla battaglia
li concitava.